Il benessere intontito dal consumismo

Nemesi Medica

 

"Il prodotto dell'industria del trasporto è il passeggero abituale. Costui è stato catapultato fuori del mondo in cui la gente continua a muoversi da sé, e ha perso la sensazione di stare al centro del proprio mondo. Il passeggero abituale è conscio dell'esasperante mancanza di tempo provocata dal quotidiano ricorso all'auto, al treno, all'autobus, alla metropolitana e all'ascensore, che lo costringono a percorrere in media trenta e più chilometri al giorno, spesso intersecando il proprio cammino, entro un raggio di otto chilometri. E’ stato sollevato per aria. Sia che vada in metropolitana o in jet, si sente sempre più lento e più povero di qualcun altro e pensa con rabbia ai pochi privilegiati che possono prendere delle scorciatoie riuscendo così a non subire la frustrazioni del traffico. Se è bloccato dagli orari del suo treno per pendolari, sogna un'automobile. Se è in automobile, sfinito dall'ora di punta, invidia il capitalista di velocità che corre contromano. Se deve pagarsi l'auto di tasca propria, non riesce a dimenticare che i comandanti delle flotte aziendali girano alla ditta le fatture della benzina e mettono sul conto spese le macchine prese a nolo.

 

Il passeggero abituale è il più esasperato di tutti dalla crescente ineguaglianza, dalla penuria di tempo e dall'impotenza personale, ma non vede altra via d'uscita da questo pasticcio che non sia chiedere una dose maggiore della medesima droga: cioè più traffico con mezzi di trasporto. Aspetta la sua salvezza da innovazioni tecniche nella concezione dei veicoli e delle strade e da una diversa regolamentazione degli orari; oppure spera in una rivoluzione che crei un sistema di trasporto veloce di massa gestito dalla collettività. Né in un caso né nell'altro calcola quanto costi farsi portare in un futuro migliore. Dimentica che sarà sempre lui a pagare il conto, sotto forma di tasse o di tariffe. Trascura i costi occulti che comporta la sostituzione delle auto private con trasporti pubblici egualmente rapidi."

 
"Non ha più fede nel potere politico delle gambe e della lingua. Di conseguenza non vuol essere maggiormente libero come cittadino, ma essere meglio servito come cliente. Non tiene alla propria libertà di muoversi e di parlare alla gente, ma al suo diritto di essere caricato e di essere informato dai media. Vuole un prodotto migliore, non vuole liberarsi dall'asservimento ai prodotti. E’dunque indispensabile ch'egli riesca a comprendere che l'accelerazione da lui ambita è frustrante e non può che portare a un ulteriore declino dell'equità, del tempo libero e dell'autonomia."
 
"Energia ed Equità"
Ivan Illich
 
Giocando con la semantica, sostituendo alcune parole con "salute", "farmaci", "autopoiesi" e leggendo la parola benessere intrisa dentro ogni periodo del testo, possiamo parallelamente muoverci verso la schiavitù del farmaco dell'utente medio. L'industria, l'economia e il mercato delle case farmaceutiche hanno dipinto iniquamente un quadro dove l'abitudine e la spersonalizzazione dell'essere umano ci costringe a vivere in un sistema così alterato. Ci guidano, ci inseriscono, ci educano, illudendoci che l'unico modo possibile per il benessere è una curva che tende all'infinito di ciò che deve essere preso con moderazione, dimenticando una ciclicità che è insita in noi, nella natura, nell'universo; senza di essa nulla avrebbe senso di esistere.
 
Se bevo un bicchiere di latte ogni tanto, mi fa bene. Se ne bevo 10, di seguito, potrei avere tranquillamente una colite, per non andare oltre. Se faccio l'amore, più volte, è bellissimo. Se proseguo aiutato da pasticche o altro per ore ed ore, sicuramente andrei incontro a danni al mio corpo, non al piacere (anche se in un tempo medio potrei non essere più attratto dal sesso).
 
Rendere esponenziale le scoperte del presente, era una necessità dell'uomo del passato, contestualizzare i quanti di energia o di consumo necessario alla vita, anzi al benessere della vita, è l'imperativo dell'uomo che nel presente sta dimenticando le sue necessità.
 
Ricordandoci sempre, che un terzo del pianeta, si cura ancora senza i nostri farmaci, che gli stessi farmaci sono ancora in gran parte estratti da piante, veniamo dalla stessa cultura fitoterapica e che le grandi differenze di sopravvivenza a livello mondiale sono state determinate da: aumento dei controlli delle acque potabili, modifica di abitudini igieniche e alimentari e un uso specifico di alcuni composti.
 
Dal mio punto di vista la virtù sta nel mezzo. Tra gli scaffali, nell'etichetta, nel suo valore intrinseco. Su come impatta nella nostra vita e sul livello massimo potenziale di beneficio prima che il suo uso diventi iniquo, in principio per noi, poi per chi ci sta vicino.
 
 
D.O. Lorenzo Luchetti